Nessuna fretta di crescere: "Signori bambini" di Daniel Pennac
Signori bambini (Messieurs les enfants) è un romanzo
del professore e scrittore francese Daniel Pennac (Casablanca, 1944). È stato pubblicato in Francia nel 1997 e contemporaneamente, con lo stesso titolo, è uscito un film di Pierre Boutron:
regista e romanziere erano d’accordo che ognuno dei due portasse a termine il proprio lavoro senza conoscere nulla di quello dell’altro.
La storia è narrata da Pierre, il fantasma di un giovane uomo
morto di AIDS a causa di una trasfusione. Dalla sua voce ascoltiamo la bizzarra avventura di cui sono protagonisti suo figlio Igor e gli amichetti Joseph e Nourdine, compagni di classe in una
scuola media di Belleville.
I tre ragazzini hanno come professore di francese il terribile Albert Crastaing, a suo tempo già insegnante di Pierre. Igor e Joseph,
durante una lezione, si fanno scoprire ad armeggiare con un disegno che ritrae il professore inseguito da una folla inferocita che minaccia di fargliela pagare; Nourdine si autoaccusa di esserne
l’autore, anche se non è vero.
I tre amici vengono tutti puniti con un compito supplementare: dovranno, per il giorno seguente, comporre un tema nel quale dovranno
immaginare (ma «Immaginazione non significa menzogna!» è solito ripetere Crastaing) di diventare adulti all’improvviso, mentre i loro genitori tornano bambini.
Per un inspiegabile prodigio (c’entra forse Pierre?) la traccia del tema si concretizza e per due giorni i ragazzini si trovano a fare i
conti con un corpo ed un ruolo che non è loro e ad accudire i genitori ridiventati bambini.
Anche Crastaing viene coinvolto nell’incantesimo, ma in maniera del tutto diversa: si riduce alle dimensioni di un bambino conservando però
fattezze e carattere dell’uomo adulto.
La scrittura di Pennac, sempre attenta e sensibile nei confronti delle emozioni e delle difficoltà dei più giovani, ci trasporta in
un’avventura surreale e magica, a tratti buffa ma anche dolente, che si svolge in uno dei quartieri più complessi e difficili di Parigi.
La morale della “favola” si delinea poco a poco fino ad essere esposta esplicitamente negli ultimi capitoli: coloro ai quali viene negata
l’infanzia, perché vengono molto presto introdotti nel meccanismo perverso della società della performance e del successo, sono persone che perdono l’innocenza e il sogno, persone
superficiali e aride. Sono numerosissimi gli uomini e le donne a cui tocca questa sorte; tuttavia nella maggior parte di essi sopravvive un residuo della voce sognante e spensierata dell’infanzia
che reclama di essere ascoltata.
Un uomo del genere è Craistang e per questo solo quando, con l’aiuto di adulti tornati bambini e di impacciati signori-bambini, egli sarà
riuscito a far parlare la voce della sua innocenza, il prodigio delle metamorfosi potrà avere termine.
Lo scrittore ha ragione. Le moderne scienze della psiche hanno insegnato all’uomo contemporaneo un’attenzione alle peculiarità e alle
esigenze dell’età infantile e adolescenziale che in passato non si aveva, nonostante qualche autorevole eccezione (da Quintiliano a Rousseau). Tuttavia nella nostra società prevalgono, spesso,
altri approcci.
Accade infatti, come si mostra nel romanzo, che i ragazzi vengano fin da giovanissimi scaraventati nel vortice della produzione e del
successo, che li priva del gusto disinteressato del gioco e della fantasia e risulta alienante.
Negli ultimi anni, poi, si è diffusa sempre più anche la pessima abitudine, da parte di genitori e insegnanti, di essere eccessivamente
indulgenti nei confronti dei ragazzi, rinunciando di fatto al fondamentale ruolo normativo che l’adulto dovrebbe ricoprire.
I ragazzi di oggi, dieci e più anni dopo i signori-bambini di Pennac, sono ancora più disorientati: costretti ad assumere i peggiori
comportamenti degli adulti o assecondati nel conservare oltre ogni ragionevole limite cronologico l’irresponsabilità dei bambini.
Per questo è importante tornare alla bella favola di Pennac, accompagnandola con nuove riflessioni. E attraverso la leggerezza di una storia fantastica spingere anzitutto i meno giovani a ripensare se stessi e i propri rapporti con i giovanissimi.
«(parla Rabbi Razon, zio di Joseph, n.d.r.) Quel che complica tutto è che la maggior parte dei bambini fanno i bambini, e quasi tutti gli adulti giocano agli adulti […]»