Non si può non amare la vita: "La vita è un miracolo" di Emir Kusturica
La vita è un miracolo (Zivot je cudo) è un film del regista e musicista bosniaco Emir Kusturica (Sarajevo, 1954). La pellicola, del 2004, è stata premiata nel 2005 come
miglior film dell’Unione Europea.
La vicenda è ambientata in Bosnia alla vigilia e poi dopo lo scoppio della guerra nel 1992. Luka è un ingegnere che da Belgrado (Serbia) si
è trasferito in Bosnia per curare la realizzazione di una ferrovia che dovrebbe collegare le due repubbliche. Sua moglie Jadranka è una cantante lirica con seri problemi di equilibrio mentale; il
figlio Miloš è un giovane calciatore di belle speranze. Quando esplode il conflitto, Jadranka fugge con un musicista ungherese e Miloš è costretto a partire soldato; Luka, rimasto solo, viene
coinvolto suo malgrado nelle operazioni di guerra come logistico. Quando arriva la notizia che Miloš è stato fatto prigioniero dai musulmani, Luka è distrutto. Viene però organizzato, con la
mediazione dei caschi blu dell’ONU, uno scambio di prigionieri tra le due parti. In questo modo il protagonista può riabbracciare suo figlio (e intanto anche Jadranka è tornata a casa); deve però
rinunciare alla bella Sabaha, l’infermiera musulmana che gli è stata affidata per qualche tempo in attesa dello scambio e con la quale ha vissuto una breve, difficile, ma appassionata storia
d’amore. O forse la rinuncia non è necessaria: la vita, in fondo, è un miracolo.
Il film alterna momenti comici e drammatici, farseschi e tragici, crudamente realistici e onirici, com’è nello stile del regista, in forma
però più moderata rispetto ad altre pellicole ancor più rutilanti e visionarie (Underground, Gatto nero gatto bianco…). La musica (alla cui composizione ha partecipato lo stesso
Kusturica) è una presenza non di rado preponderante, che a volte accompagna a volte fa da contrappunto alla vicenda rappresentata.
Intorno ai personaggi principali si affollano numerosi personaggi secondari; accanto agli uomini e alle donne, inoltre, si muovono non pochi
animali, incredibilmente, allegoricamente, simili agli esseri umani: tra tutti spicca l’asino che piange per amore, che dalla prima all’ultima scena accompagna i protagonisti.
Il film è in realtà denso di simboli, che alludono a unione e divisione, a somiglianza e diversità. Luka lavora a 19 chilometri (solo 19!)
di ferrovia che dovrebbero collegare due territori che invece di lì a poco saranno divisi da una guerra feroce (e la ferrovia verrà chiusa); lo stesso ingegnere possiede un cane e un gatto che si
azzuffano continuamente ma non sanno stare divisi; il postino amico di Luka porta sempre con sé una scacchiera, ma tra il fuoco delle bombe e le ripetute fughe la partita non si conclude
mai…
Kusturica è un personaggio assai discusso. Bosniaco musulmano in quel mosaico di popoli che era la Jugoslavia, ha scelto poi la religione
ortodossa e la cultura serba. I Bosniaci non gli hanno perdonato il fatto di non aver condannato fermamente l’assedio serbo di Sarajevo (peraltro città natale del regista) e gli eccidi compiuti
dai Serbi in Bosnia; per lo stesso motivo Kusturica ha perso anche l’amicizia dello scrittore e sceneggiatore Abdulah Sidran, col quale aveva collaborato al tempo di Ti ricordi di Dolly
Bell? e Papà è in viaggio d'affari. In Serbia il regista è invece molto apprezzato e La vita è un miracolo è stato premiato e diffuso nelle
scuole.
In ogni caso, Kusturica rimane uno dei testimoni più interessanti e geniali di una complessa e tormentata realtà.
Raccontare le recenti guerre balcaniche è molto difficile e doloroso. Ancora più difficile è conciliare le posizioni delle opposte fazioni:
ancora oggi i territori della ex Jugoslavia sono una miccia accesa.
Tocca però a tutti ammettere che nel cuore della civilissima Europa, in un tempo vicinissimo al nostro, si sono commesse atrocità che si
sarebbero dovute seppellire con i morti della Seconda Guerra Mondiale. Tocca a tutti riconoscere che la comunità internazionale è stata (è voluta essere?) troppo a lungo impotente di fronte a
stupri etnici, eccidi, fosse comuni: dopo la Bosnia, c’è stato anche il Kosovo.
Raccontare, o almeno cercare di raccontare, le guerre balcaniche è necessario. Solo la memoria potrà, forse, salvarci. Di certo, dimenticare
ci perderà.