"Sessanta racconti" di Dino Buzzati

Pubblicato il da vocelibera2011

Brancoliamo nel buio cercando un senso che non c'è

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Nel 1958 lo scrittore Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 1906 – Milano, 1972) pubblicò in un unico volume sessanta racconti, i primi trentasei tratti da raccolte già edite in anni precedenti. La nuova raccolta prese appunto il titolo di Sessanta racconti. I primi nove avevano fatto parte di I sette messaggeri del 1942, i secondi nove di Paura alla Scala del 1949 e altri diciotto di Il crollo della Baliverna del 1954. A queste narrazioni è dedicata in particolare la recensione.

Evidentemente Buzzati ritenne questi racconti i prodotti migliori della sua narrativa breve precedente e in effetti siamo davanti a opere che, salvo poche eccezioni, sono davvero dei piccoli gioielli. A cominciare da quelle che davano il titolo alle tre raccolte citate. I sette messaggeri introduce il lettore in un’atmosfera sospesa, onirica, a tratti angosciosa, tipica di tante altre scritture dell’autore e che qui realizza uno degli esiti più felici: il principe partito alla ricerca dei confini dell’impero del padre si rende conto che questi non sono raggiungibili, eppure decide di proseguire il viaggio allontanandosi irrimediabilmente dalla capitale e dai propri cari: suggestiva metafora dell’esistenza umana che brancola nell’incertezza e nella solitudine compiendo un viaggio che forse, esso soltanto, può diventare il senso. Paura alla Scala è uno dei pochi racconti di Buzzati che alludano esplicitamente a vicende politiche contemporanee: nobiltà e alta borghesia intervenute ad una discussa prima della Scala di Milano temono una rivoluzione che le spazzerà via e la paura, dilagando, rivela la vera indole di ciascuno: anche in questo caso, però, c’è un secondo livello di lettura di tipo allegorico che parla più in generale della fragilità dell’uomo, in balia di se stesso prima che degli eventi esterni. Infine c’è Il crollo della Baliverna, forse il più kafkiano dei tre racconti considerati, lento e ossessivo nella descrizione dei particolari: un uomo non riesce a liberarsi dai sensi di colpa rispetto ad un tragico evento del quale si sente responsabile: metafora, di nuovo, della condizione esistenziale di chi non è veramente arbitro della propria sorte e non riesce a comprendere gli eventi e ad accettarne le conseguenze.

I motivi tendono a ripetersi: ad esempio, diversi racconti ruotano intorno al tema dell’atomica, che costituiva la più grande paura degli anni della guerra fredda; altri sono dedicati al tema religioso (peraltro oggetto di una inesausta riflessione interiore di Buzzati) attraverso figure di santi e di peccatori. Ma se i temi ritornano, le immagini sono ogni volta nuove, figlie di una fantasia veramente ricchissima e in certi casi visionaria. È inoltre veramente notevole la capacità dello scrittore di tenere alta la suspense fino alla conclusione, spesso assolutamente inattesa, della narrazione. Il testo meno riuscito è probabilmente Inviti superflui, che più che un racconto è un lamento d'amore che segue l'avvicendarsi delle stagioni: la ridondanza retorica guasta righe che altrimenti sarebbero state tenere e struggenti come poche.

Nei racconti di Buzzati il piano letterale si accompagna sempre ad un altro di tipo simbolico-allegorico, che esprime una concezione della vita dolorosa e cupa, il senso di un mistero imperscrutabile, spaventoso ma a volte anche attraente (la maggior parte delle narrazioni si conclude senza svelare il mistero di cui, di volta in volta, si racconta: emblematico, in questo senso, Qualcosa era successo) e dell’impotenza dell’uomo di fronte agli impulsi interiori più profondi (spesso anche crudeli senza motivo: L'uccisione del drago, I reziarii, Non aspettavano altro) come agli eventi esterni (Sette piani, Una cosa che comincia per elle). A questo meccanismo sfuggono solo poche figure di santi (perfino extraterrestri, nel racconto Il disco si posò), incomprensibili e irraggiungibili per l’uomo comune.

Come altri narratori italiani di quegli anni Dino Buzzati ha rappresentato, nella propria peculiare maniera, i timori e le angosce dell’uomo contemporaneo che viveva o era appena uscito dalla seconda guerra mondiale e facilmente poteva sentirsi in balia di forze oscure affioranti da un ignoto profondo e incomprensibile. Fondamentalmente apolitico, lo scrittore aderì al fascismo, conquistato da alcuni dei suoi miti (come il militarismo, poi rinnegato: si leggano ad esempio Il mantello e La canzone di guerra); ma fu anche tra i redattori del primo numero del Corriere della Sera dopo la Liberazione: ma in entrambe le vesti rimase sostanzialmente indifferente ai meccanismi della politica e al confronto ideologico, che probabilmente alimentavano in lui un senso di estraneità e di incomprensione nei confronti della realtà. L'impegno politico, dunque, non ha potuto costituire per Buzzati una risposta e un senso.

Settant'anni dopo le paure del mondo globalizzato hanno nomi specifici diversi, ma il sentimento di fondo sembra spesso essere lo stesso di cui narrava lo scrittore: perciò, se da un lato i racconti di Buzzati si rivelano decisamente figli del proprio tempo, dall’altro riescono ancora a parlare a noi oggi, più di quanto magari siamo disposti ad ammettere. La scommessa, ora come allora, è quella di individuare un’alternativa, una filosofia positiva che ci restituisca la fiducia di essere artefici del nostro destino, come singoli uomini e come popoli: un nuovo Umanesimo, un nuovo Illuminismo. Così i racconti di Buzzati potranno restare nelle nostre memorie letterarie come splendide fiabe di un mondo ormai superato.

 

 

«[...] ma mi pare di avere capito che tu vorresti condurmi più in là, ogni volta più in là, sempre più nel centro, fino alle frontiere del tuo incognito regno»

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