"Le braci" di Sándor Márai

Pubblicato il da vocelibera2011

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Del nostro passato resta ormai solo la cenere.

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Arriva a volte un tempo della vita in cui ci si rivolge indietro più spesso di quanto si guardi avanti. Non è una questione di età anagrafica, o non sempre, o non solo

La voglia di vivere può spegnersi anche a trent'anni e si può continuare a sopravvivere per decenni restando legati ad un'epoca ormai trascorsa senza essere capaci di confrontarsi con tempi ed esperienze diverse. Se poi tutto questo accade quando un'età della storia, un intero sistema di valori e certezze, va tramontando, può sembrare che l'esperienza individuale venga a coincidere con quella del mondo.

Così doveva sentire l'autore ungherese Sándor M  árai (Košice, 1900 - San Diego, 1989) quando scriveva Le braci (A gyertyák csonkig égnek, 1942). Lo scrittore aveva poco più di 40 anni e faceva protagonisti del suo racconto, e sue controfigure, due settantacinquenni sopravvissuti a se stessi e all'impero austro-ungarico ormai dissolto.

Un perfido intreccio di circostanze personali e storiche ha per lungo tempo condannato M  árai all'oblio, quasi a condividere la sorte di quell'Austria-Ungheria nel cui crepuscolo l'autore era nato e cresciuto: la sua riscoperta e rivalutazione risale a non più di vent'anni fa.

 

Henrik e Konrad hanno stretto amicizia da ragazzi, al tempo del collegio militare a Vienna. Nonostante le condizioni economiche e familiari diverse, caratteri differenti e differenti attitudini, tra i due si stringe un legame viscerale. Questo però non impedisce un tradimento gravissimo, legato ad una donna bella e sfuggente amata da entrambi. Rimasti separati per 41 anni, morta ormai da tanto l'adorata Krisztina, i due vecchi si incontrano un'ultima volta, alla resa dei conti.

 

La vicenda del racconto si svolge nel corso di un'unica giornata, un'afosa giornata estiva del 1940, ma si dilata in flashback fino a coprire un arco di tempo di più di sessant'anni. La gran parte della narrazione è dominata dalla voce di Henrik, che rievoca gli eventi salienti del passato soffermandosi anche sui dettagli più minuti, alternando ai ricordi più remoti quelli più recenti, alle memorie le riflessioni.

È una tortura quella che Henrik infligge all'amico traditore, tornato dopo più di quarant'anni nel castello dove avevano condiviso la giovinezza: racconti dilatati, ricordi centellinati, insinuazioni, domande retoriche o capziose, e solo alla fine il nocciolo della questione, dolorosa per entrambi seppure in maniera diversa: Krisztina.

Sullo sfondo della gioventù dei due amici, l'impero austro-ungarico al suo canto del cigno, rievocato con struggente nostalgia.

 

Henrik e Konrad sono sopravvissuti 41 anni in attesa dell'incontro. Quelli che si ritrovano l'uno di fronte all'altro nella grande sala da pranzo e poi nella stanza del pianoforte sono due vecchi, la cui vita si è fermata alle soglie del nuovo secolo e che dopo il chiarimento non avranno altra ragione per continuare a vivere: Krisztina non c'è più, l'impero non c'è più, e non c'è null'altro da attendere.http://losojosdecain.scoom.com/files/2013/03/sandor-marai2-212x300.jpg

 

È un libro lento, questo di Márai, che però attraverso le lunghe digressioni di Henrik riesce a rappresentare in maniera vivida le vicende di due giovani e di una ragazza e la storia di un impero.

È anche il libro di uno scrittore che, a più di una generazione di distanza dai protagonisti del suo racconto, doveva sentirsi collocato a sua volta alla fine del mondo: mentre imperversava la seconda guerra mondiale (la stessa che fa da sfondo al racconto) egli dava voce, attraverso le parole di Henrik, al proprio senso di dissoluzione.

È dunque un libro triste, questo di Márai, in cui dominano la malinconia, il rimpianto, il senso incombente della morte; un libro senza luce capace però di illuminare alcune grandi verità sull'uomo, anche sui suoi aspetti più vergognosi e inconfessabili: amore e odio, amicizia e invidia, fiducia e tradimento; e, su tutto, la passione che innalza al cielo e precipita nell'inferno, e che per i due vecchi resta l'unico vero senso di un'esistenza finita troppo presto e che solo apparentemente ha continuato a scorrere.

Un po' come la vita dello stesso scrittore, morto suicida dopo una vita inquieta trascorsa per lo più nell'isolamento.

 

 

«Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza»

«Perché anche il cuore umano ha la sua notte, piena di emozioni non meno selvagge dell'istinto di caccia che attanaglia il cuore del cervo maschio o del lupo» 

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