"Assassino senza volto" di Henning Mankell

Pubblicato il da vocelibera2011

Un'indagine rivela il volto oscuro della Svezia

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Una recensione sulla Libreria Immaginaria, incontrando il mio interesse per il tema dell'immigrazione e la mia recente frequentazione della letteratura nordica, mi ha fatto scoprire Assassino senza volto (Mördare utan Ansikte, 1991) dello scrittore svedese Henning Mankell (Stoccolma, 1948). Si tratta di un romanzo poliziesco, il primo della serie che vede come protagonista il commissario Kurt Wallander.

All'alba dell'8 gennaio 1990 un anziano contadino di Lenarp scopre il cadavere del suo vicino di casa, su cui qualcuno ha orrendamente infierito; la moglie di questi è a sua volta gravemente ferita. Trasportata in ospedale, la donna pronuncia in punto di morte una sola parola, che resta l'unico indizio nelle mani del commissario e dei suoi collaboratori: "Stranieri". Per mesi l'indagine viene portata avanti da Wallander con caparbietà, e non senza errori, fino alla soluzione. Inevitabilmente il lavoro degli investigatori va ad intrecciarsi con il problema scottante dell'immigrazione.

La trama "gialla", come si usa dire in Italia, regge piuttosto bene e riesce a mantenere viva l'attenzione e la curiosità del lettore. Al tempo stesso l'autore delinea con una certa abilità personaggi a tutto tondo nei quali facilmente ci si immedesima: dal commissario Wallander, che sta affrontando con difficoltà la separazione dalla moglie e il conflitto con la giovane figlia, al suo collaboratore Rydberg, acuto poliziotto dalla salute minata, passando per il padre del commissario, lo svampito pittore che per anni ha dipinto, per migliaia di volte, lo stesso unico quadro; e si potrebbe continuare. Anche i paesaggi sono descritti in maniera precisa ed efficace rendendo realisticamente la natura ed il clima, che a noi mediterranei appaiono tetri e inospitali, del Paese.

Il libro però apre anche uno squarcio sulla società svedese dei primi anni '90: la scarsezza dei fondi di cui dispongono le forze dell'ordine (non è dunque solo un male nostrano), il rimpallo delle responsabilità nel campo della sicurezza (idem), soprattutto il problema dell'immigrazione, con l'arrivo, lo stanziamento e la dispersione per lo più incontrollata sul territorio di stranieri di varia origine.

Il libro risale a quasi 25 anni fa, ma sembra di leggere la realtà odierna comune anche al nostro Paese e lo smarrimento di Wallander è anche il nostro, di fronte al divorzio come alla senilità di un genitore come ai problemi sociali. Questo vale naturalmente anche per la questione immigrati: giustamente indignati nei confronti dei pregiudizi e delle violenze contro gli stranieri, noi stessi abbiamo spesso più o meno consciamente e più o meno giustificatamente paura di queste persone e non sappiamo dire come (e da chi) potrebbe essere meglio gestito un fenomeno che ha acquistato negli anni il carattere dell'emergenza, sul piano umanitario ma anche, in molti casi in conseguenza di ciò, sul piano della sicurezza.

Non amo il genere poliziesco, che infatti di norma non coltivo; faccio eccezione solo per i libri che propongono accanto alla trama "gialla" anche altri temi interessanti. Il libro di Mankell si divora, a dispetto delle 350 e più pagine, perché è scritto in maniera semplice e scorrevole; e proprio perché può raggiungere un pubblico ampio, attirato dalla trama avvincente e non scoraggiato dallo stile di scrittura, questo romanzo può avere anche un'utilità sociale e culturale: proporre al lettore medio, mentre lo intrattiene piacevolmente, una riflessione su temi e problemi, individuali e collettivi, che toccano anche lui.

 

 

«Ma questo è diverso, pensò Wallander. Un cappio intorno al collo racconta una lugubre storia di rancore e odio, forse anche di vendetta»

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