Riflessione sull'educazione dei giovani

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.genitorinsieme.it/cartellone/libri/i%20figli%20non%20crescono.jpgTraggo spunto da un saggio del 2005 dello psicologo, psichiatra, scrittore Paolo Crepet (Torino, 1951), I figli non crescono più, per approfondire un tema che mi sta particolarmente a cuore.


Premetto che negli anni sono diventata diffidente nei confronti di quelle che genericamente definisco “scienze della psiche” (psicologia, psichiatria etc.). Continuo a considerarle una vera – e positiva – rivoluzione culturale, come ho sempre ritenuto; ma sono non di rado perplessa (e talvolta indignata) rispetto alla loro applicazione.

Parlando ad esempio dell’età adolescenziale, trovo che le scienze della psiche (alcuni dei loro rappresentanti, si intende) offrano troppo comodi alibi ai ragazzi in modo che non si assumano alcuna responsabilità. I “problemi dei giovani”, il “disagio dei giovani” sono diventate formule abusate nel linguaggio comune che servono a giustificare pressoché tutto con l’avallo di autorevoli specialisti.

Personalmente, invece, ritengo che comprendere sia doveroso (è perfino banale dirlo), mentre giustificare non è detto che sia la risposta più corretta sul piano educativo. Si è passati, mi sembra, da un eccesso all’altro. Ancora la generazione degli attuali quarantenni ha sofferto del disinteresse degli adulti nei confronti del proprio mondo interiore, emozioni, sogni, desideri, delusioni; oggi invece si professa un interesse enorme verso questa sfera. Questo interesse, che non esito a definire in molti casi ostentato, rischia però di diventare una nuova forma di indifferenza: il più delle volte, infatti, si banalizza il tema delicatissimo della fragilità degli adolescenti precludendo la strada di un intervento efficace.

A questo potrei aggiungere un altro aspetto. Ho l’impressione che le scienze della psiche stiano cercando di imporci dei modelli fondati su parametri piuttosto rigidi, rispetto ai quali qualunque distanziamento diventa quasi automaticamente una patologia. Se un bambino non parla piuttosto compiutamente a due anni o se a sei anni è molto silenzioso o viceversa molto vivace in classe, si trovano subito specialisti pronti ad assicurare che c’è un problema che va curato con opportune terapie (da quelle psicomotorie a quelle psicologiche fino alla somministrazione di farmaci). Non metto in dubbio che alcuni bambini soffrano davvero di piccole difficoltà (quelle grandi, purtroppo, le vede anche un profano) e che queste difficoltà, se trascurate, possano diventare un handicap; ma non credo che ciò sia vero in maniera generalizzata: per alcuni bambini, come dicono altri esperti, il tempo è sufficiente a risolvere ogni cosa e in questo modo non si corre il rischio di castrare le inclinazioni peculiari di un piccolo per rispettare i termini di una tabella.


Parlo da profana, poiché non ho condotto studi specifici; ma qualcosa ho letto e soprattutto ho fatto esperienza attraverso l’insegnamento e la maternità. E queste sono alcune delle mie conclusioni. Proprio date queste premesse mi sono stupita di trovarmi in sostanziale accordo con uno psichiatra, Crepet appunto; soprattutto dopo aver rischiato più di un travaso di bile leggendo Vittorino Andreoli, che pure in alcuni casi sostiene posizioni che mi sembrano assai interessanti e anche utili.http://www.ainis.it/files/images/crepet.jpg

Nel libriccino che citavo sopra Crepet illustra quelle che a suo giudizio sono le ragioni sociali, familiari, culturali per le quali i giovani di oggi, dagli adolescenti ai trentenni, tendono a rifiutare le responsabilità e ad adeguarsi ad una normalità massificante che mortifica l’identità individuale. Il volumetto si sofferma lungamente anche sulla scuola e sulle caratteristiche che essa dovrebbe possedere per assolvere al meglio il suo compito di istituzione educativa in senso lato. In particolare si dice che la scuola dovrebbe essere attenta ai bisogni emotivi degli studenti, ma al tempo stesso educare all’impegno, alla responsabilità e anche alla sofferenza; dovrebbe seguire tutti gli allievi, e non solo i migliori, e cercare di risvegliare e coltivare i talenti di ciascuno, ma nello stesso tempo essere meritocratica e non aver paura di bocciare laddove ciò si renda davvero inevitabile.

Ebbene, è proprio ciò che io mi sforzo di fare, combattendo con il tempo scarso e con le ancor più scarse risorse di cui dispongo; per non parlare dell’indifferenza di colleghi e presidi con cui spesso mi scontro. Questi aspetti sono sottolineati anche da Crepet: è necessario più tempo per seguire al meglio i giovani nella loro crescita e sono necessarie risorse economiche cospicue da investire in formazione (io direi: rimotivazione) degli insegnanti e in strutture.

Se si imboccasse questa strada, sono convinta che non si verificherebbero più con tanta frequenza episodi di pestaggi di insegnanti e presidi da parte di genitori furibondi per la bocciatura di un figlio; né la bocciatura diventerebbe più così spesso la goccia che fa traboccare il vaso portando un giovane al suicidio. Ragazzi e famiglie sarebbero consapevoli che si raccoglie secondo ciò che si è seminato e che ai traguardi si arriva col coraggio, col lavoro ed anche col sacrificio e non attraverso le diverse scorciatoie che oggi più di ieri vanno di moda (come, restando nell’àmbito scolastico, i famigerati “diplomifici”).

Questa consapevolezza spingerebbe giovani e meno giovani ad un impegno più serio, ciascuno naturalmente secondo il proprio ruolo, e in questo modo avremmo nuove generazioni più preparate, più mature, più responsabili. E l’intera società si gioverebbe di questa svolta.

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