Una toccante telenovela dall’Afghanistan: "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT2plH937nkTcyDRy47Ed4Ts5f5Fh0iyuMlxrHBDkPZLaeIZ_aaPgIl cacciatore di aquiloni (The kite runner) è il romanzo d’esordio, scritto nel 2003, dello scrittore afghano residente negli USA Khaled Hosseini (Kabul, 1965). Il libro è diventato in breve tempo un best-seller internazionale da cui è stato tratto anche un film, dallo stesso titolo, uscito in Italia nel marzo del 2008.

 

Amir e Hassan sono due ragazzini afghani nella Kabul dei primi anni ’70. Il primo è figlio di un imprenditore benestante, animato da un profondo senso dell’onore e della dignità e da idee piuttosto illuminate; il secondo è invece il figlio dei servitori della famiglia di Amir e appartiene all’etnia hazara, dai più discriminata ed emarginata.

I due ragazzi crescono insieme, nonostante la differente posizione sociale, grazie anche alla particolare benevolenza che il padre di Amir, Baba, manifesta verso Hassan e suo padre Ali.

L’Afghanistan precipita rapidamente in una crisi sempre più grave tra colpi di stato e invasioni, ma ciò che prima di tutto cambia radicalmente e irrimediabilmente le vite dei due protagonisti è un episodio privato dell’inverno del 1975: Amir, segretamente invidioso delle doti di Hassan e geloso dell’affetto che Baba prova per il ragazzo, tradisce la fiducia dell’amico lasciandolo solo in una circostanza terribile.

In séguito Amir e Baba emigrano negli Stati Uniti, ma dopo molti anni il passato torna a bussare alla porta di Amir: gli si offre così l’occasione di redimersi, aiutando il figlio di Hassan rimasto solo al mondo nell’Afghanistan dei talebani.

 

La prima parte del romanzo è piuttosto originale e avvincente. I personaggi, i luoghi, gli oggetti sono descritti con precisione ed intensità e si riesce davvero a respirare l’aria di una certa Kabul. Sembra di sentire il profumo dei cibi e delle bevande, di veder volare gli aquiloni colorati nei cieli d’inverno.

Nel prosieguo però il romanzo diventa molto più debole.

La storia procede tra colpi di scena prevedibili e decisamente troppo numerosi che vanno a scapito della verisimiglianza e l’autore sembra puntare decisamente sulle note patetiche per sfruttarne l’impatto emotivo.

 

Il romanzo resta comunque anche un’interessante testimonianza sull’Afghanistan e sulle tragedie che lo hanno attraversato nell’arco degli ultimi decenni, dai progressi degli anni Sessanta e Settanta che davano l’illusione che si preparasse un futuro migliore al precipitare del Paese nella violenza e nella barbarie.



Quando Amir, ormai adulto, torna nel suo Paese a cercare il figlio di Hassan e si stupisce del degrado e della povertà diffusi, il suo accompagnatore osserva: «Questo è il vero Afghanistan, agha sahib. [...] Lei è sempre stato un turista qui, solo che non lo sapeva». Amir era infatti cresciuto in una condizione di privilegio che non gli aveva permesso di cogliere le ingiustizie sociali e la miseria dilaganti già prima dell’invasione sovietica e dell’ascesa dei talebani. Miseria e ingiustizie sociali che non hanno lasciato scampo e hanno costituito alcune delle premesse da cui è scaturita la tragedia afghana degli anni Ottanta e Novanta.


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