Su questa terra è scorso troppo sangue: "Li chiamarono... briganti!" di Pasquale Squitieri

Pubblicato il da vocelibera2011

Una delle questioni storiografiche più complesse e discusse della storia italiana degli ultimi due secoli è senza dubbio quella del brigantaggio. Questo fenomeno di banditismo caratterizzava il meridione d’Italia già prima dell’unificazione nazionale (1861); tuttavia, con la nascita del Regno d’Italia, conobbe la sua stagione più violenta e drammatica. Il governo inviò l’esercito, ma fu necessario un decennio affinché il brigantaggio potesse dirsi sconfitto. Questa vicenda, che alcuni definiscono una vera e propria guerra civile, lasciava in eredità ai secoli a venire drammi irrisolti, pregiudizi, instabilità e anche un patrimonio di canti e racconti popolari favorevoli ai briganti.

 

Il nostro Paese fu unificato dopo secoli di frammentazione politica e dominazioni straniere nel 1861. Tuttavia nel Risorgimento, che aveva portato alla realizzazione dello Stato unitario, avevano prevalso le forze moderate rappresentate dal governo piemontese; di conseguenza nell’Italia unificata furono il più delle volte trascurati i problemi dei ceti più poveri (concentrati soprattutto nel meridione) e di tutto il meridione stesso che, più che annesso, fu – non deve far paura dirlo – colonizzato.

Il Sud aveva conosciuto per secoli un assetto politico ed economico molto differente che ne aveva determinato l'arretratezza rispetto al resto del Paese. L’estensione della legislazione piemontese all’intera Italia penalizzò ulteriormente le regioni meridionali, proprio perché non si tennero in considerazione le peculiarità di quelle terre e le distanze che le separavano da quelle centro-settentrionali. Di lì la secolare “questione meridionale” che a tutt’oggi non può dirsi risolta, di cui avvertiamo gli effetti nel divario che ancora esiste tra lo sviluppo più avanzato delle regioni centrosettentrionali e le difficoltà del meridione d’Italia.

 

Di certo il fenomeno del brigantaggio è stato espressione del disagio del Sud, in un tempo in cui, secondo la formula di D’Azeglio, si sarebbero dovuti «fare gli Italiani» e invece larghe fasce della popolazione vennero di fatto dimenticate. Alcuni briganti sono stati in realtà, semplicemente, dei delinquenti; ma altri possono davvero considerarsi patrioti ribelli a un governo centrale sordo e cieco.

 

Per analizzare il fenomeno in maniera più equanime di quanto sia stato fatto in passato, può essere d’aiuto un film del 1999 del regista Pasquale Squitieri (Napoli, 1938), Li chiamarono… briganti!, pellicola molto discussa, osteggiata e addirittura ritirata dalle sale, e proprio per questo meritevole di attenzione.

Il film è incentrato sulla figura, divenuta in qualche modo leggendaria, del brigante lucano Carmine Crocco. Ex-garibaldino, Crocco cercò come tanti altri di integrarsi nel nuovo Stato unitario sfruttando un procedimento di amnistia per reati pregressi, ma non gli fu consentito. Incarcerato per un vecchio delitto d’onore, fu liberato da chierici e borbonici che intendevano servirsi della sua nota abilità militare per abbattere il Regno appena costituito e restituire il trono del Sud ai Borboni. Carmine Crocco, deluso dallo Stato italiano per il quale da garibaldino aveva combattuto con coraggio e convinzione e che invece lo aveva escluso, fece sua la causa. Raccolse così intorno a sé una banda di briganti, nella quale mise ordine e disciplina e portò un progetto militare e politico appoggiato anche dalla Spagna. Di questi banditi che la povera gente acclamava come liberatori faceva parte anche un uomo destinato a diventare, ancor più di Crocco, un mito: Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco. In seguito, però, quando prevalsero nuove ragioni di opportunità politica, Crocco fu abbandonato da tutti coloro che dalle stanze del potere l’avevano sostenuto e finanziato fino ad allora e il brigante rimase così solo ed esposto, con i suoi compagni, alla repressione. La povera gente perse allora quelli che riteneva i propri paladini. In una delle ultime scene del film, poche desolate e desolanti parole sintetizzano la situazione così com'era percepita dai contadini meridionali: per i miserabili del Sud c’erano solo due possibilità, o briganti o emigranti; vinto il brigantaggio, restava solo da abbandonare la propria terra.

La pellicola non racconta l’epilogo della vicenda, che però è ben noto dalla Storia: Crocco fu arrestato e rimase nelle carceri italiane fino alla morte, sopraggiunta nel 1905. In un primo tempo era stato condannato a morte, poi la pena fu commutata e non si può escludere un calcolo politico: giustiziare il brigante avrebbe contribuito grandemente a nutrirne il mito.

 

In effetti il regista Squitieri si è concesso non poche libertà: Carmine Crocco diventa napoletano (peraltro il cattivo doppiaggio a cui è stato sottoposto l’attore Enrico Loverso è una innegabile pecca del film) e diversi episodi sono rappresentati in maniera differente rispetto al modo in cui sappiamo che si sono svolti.

Il film in ogni caso rispetta il corso fondamentale della vicenda e rappresenta in maniera molto realistica ed efficace gli eventi e l’atmosfera del tempo: l’ignoranza e i pregiudizi dei settentrionali nei confronti dei meridionali considerati alla stregua di selvaggi; gli intrighi della politica nazionale e internazionale e della Chiesa; il doppio tradimento di cui fu vittima Crocco; i drammi di un meridione dimenticato.

Il protagonista, in particolare, è rappresentato come uomo d’onore, feroce e vendicativo contro i suoi nemici, ma capace anche di gesti di grande altruismo e umanità. In questo senso il personaggio sembra rispecchiare la verità storica, quale emerge da ciò che resta delle memorie di Crocco (un testo in realtà molto controverso) e dalle diagnosi dei medici che in carcere lo esaminarono.

 

La pellicola si chiude con un testo di Luigi Ceccarelli interpretato da una superba Lina Sastri. Il testo è in dialetto napoletano e le parole sono così struggenti e recitate in modo così sentito da dare i brividi ad ogni nuovo ascolto: riassumono in maniera dolorosamente perfetta il dramma di un meridione che, dopo la repressione del brigantaggio, avrebbe conservato il senso di un'ingiustizia subita che l'aveva condannato alla povertà e all'umiliazione e che per questo non avrebbe potuto avere fiducia nello Stato e nelle istituzioni; di un meridione in cui l’onestà sarebbe diventata “uno sfizio” e l'arte di arrangiarsi l'unica maniera di sopravvivere.

 

Davvero non si comprende la censura che ha colpito questo film, del quale si può anche non condividere (del tutto o in parte) l’interpretazione revisionista dei fatti, ma che alle soglie del terzo millennio mai ci si sarebbe aspettati che fosse ritirato dalle sale. Peraltro solo la rete (in questo caso davvero benemerita!) ce lo ha restituito, visto che videocassette e dvd originali sono pressoché impossibili da reperire.

Il regista è certamente un personaggio ambiguo per le sue scelte politiche e sotto altri profili, ma in questo caso ci ha regalato un film bello e intenso che, pur con i suoi difetti, deve essere conosciuto e meditato.

 

Non sono filoborbonica. Il popolo meridionale era povero e ignorante, sfruttato e manovrato ignobilmente da baroni e prelati secondo meccanismi ancora per molti versi medievali: il fatto che le condizioni di questi disgraziati sono addirittura peggiorate con l’unificazione nazionale non basta certamente a far rimpiangere i Borboni. Tuttavia è tempo ormai di abbandonare il mito del Risorgimento troppo a lungo nutrito anche a livello scolastico. È giunto, in realtà forse già troppo in ritardo, il momento di riconoscere anche le ombre del processo che condusse all'unificazione del nostro Paese. Sono convinta che l’unificazione andasse realizzata, per consentire all'Italia di giocare un ruolo significativo sullo scacchiere politico internazionale; ma ci sono stati degli errori nel Risorgimento che occorre riconoscere, come bisogna ammettere che per decenni questi si sono perpetuati allargando un divario tra nord e sud che si sarebbe invece dovuto colmare.

Oggi che nel nostro Sud lo Stato appare più che mai assente, lontano, ostile, e sembra di contro che le mafie rappresentino un’alternativa perfino auspicabile per ottenere ordine e giustizia, efficienza e perfino più umanità, si è portati davvero a pensare che non ci sia speranza per queste terre martoriate. E invece, proprio oggi che conosciamo meglio la Storia, anche grazie a film come quello di Scutieri (che, per esempio, denuncia l’accordo tra governo italiano e camorra per sconfiggere il brigantaggio), abbiamo l’opportunità di reagire, di sfuggire alle piovre e di costruire un futuro diverso, in cui la parola “Stato” non sia più sentita come sinonimo di sopruso e sia possibile far valere i propri diritti e la propria dignità attraverso la via della legalità e non quella della violenza e della prevaricazione.

Purché non ci si arrenda ad un corso degli eventi che si ritiene ineluttabile, un progresso positivo è sempre possibile. È necessario impegnarsi, ciascuno nel proprio ruolo, perché i grandi cambiamenti partono sempre e solo dal basso; sono indispensabili cultura, dedizione, onestà. E non bisogna dimenticare che la Storia è sempre costellata di luci e ombre, ma che nulla è più umiliante e indegno per l'uomo dell'accettazione quiescente e rassegnata di una condizione presente che non soddisfa.

I meridionali, oggi, non devono commettere l'errore di contribuire a prolungare nel tempo le storture di due secoli fa: siamo stati vittime, ora è tempo di essere artefici di un avvenire migliore. E il punto di partenza è naturalmente quello di rifiutare il sistema mafioso a tutti i livelli, quel sistema che ha preso il posto dello Stato assente o si è accordato con le componenti più degenerate di esso inquinando moralmente ogni cosa: bisogna condannare l'inchino della Madonna in processione di fronte alla casa del boss; rigettare la logica corrotta e corruttrice del clientelismo; rinunciare all'omertà; manifestare contro i delitti della mafia e della politica connivente (come nelle mille terre dei fuochi di cui è disseminato il nostro Paese).

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