Non c'è più nulla da ridere: "Il contesto" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.adelphi.it/spool/89c827b0077d04259878b59e3d7ea64f_w190_h_mw_mh.jpgStando a quello che l'autore racconta nella Nota conclusiva al romanzo, Il contesto di Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 - Palermo, 1989) fu concepito inizialmente come un "divertimento", per poi diventare qualcosa di estremamente serio (tant'è vero che porta il sottotitolo Una parodia: «travestimento comico di un'opera seria», come spiega lo scrittore). La pubblicazione completa in volume risale al 1971.

 

Traendo spunto da un fatto di cronaca, Sciascia costruisce una trama "gialla" (il suo genere prediletto) intorno agli omicidi di alcuni giudici. Ad indagare viene inviato l'ispettore Rogas, intelligente, colto, con un forte senso della verità e della giustizia, che riesce a individuare la pista giusta da seguire. A questo punto, però, le "alte sfere" lo spingono a spostare le indagini su un altro binario. Un nuovo filone narrativo viene così ad intrecciarsi col primo e dalle vicende della cronaca nera si passa agli intrighi politici. I poteri forti, senza volerlo, hanno permesso a Rogas di scoprire una trama di alleanze e di rivalità tra partiti e gruppuscoli terroristi; in questo groviglio, però, l'ispettore finisce col trovarsi invischiato senza via d'uscita.

 

Il romanzo non è ambientato in Italia: i nomi dei luoghi e dei personaggi rimandano ad un imprecisato contesto spagnolo, forse latino-americano, ma che comunque allude al nostro Paese.

Nel Partito Rivoluzionario Internazionale si riconosce senza ombra di dubbio il Partito Comunista Italiano e nel partito al (mal)governo da trent'anni la Democrazia Cristiana. I gruppuscoli ripropongono la galassia di movimenti violenti degli anni '70.

Come in altri suoi scritti, Sciascia denuncia la gestione mafiosa della politica, tesa a conservare privilegi e potere a costo di compromessi anche molto gravi e perfino di brutali assassinii. In questo modo la storia narrata, e immaginata inizialmente come un divertimento letterario piuttosto leggero, si trasforma in un'amara riflessione sulla degenerazione del sistema politico italiano. Di più: del sistema politico mondiale, come avverte ancora l'autore nella Nota.

 

L'ispettore Rogas condivide con altri tutori della legge dei racconti di Sciascia una ricca cultura e un innato senso di giustizia (basti pensare al capitano Bellodi del Giorno della civetta o al Vice del Cavaliere e la morte) e come loro fallisce nelle sue indagini a causa dell'intromissione del potere politico-mafioso.

Tuttavia Rogas si distingue per un'ansia di ristabilire la giustizia disposta ad oltrepassare il limite delle regole e delle leggi (e a questo proposito il narratore commenta «a suo onore o disonore (a piacer vostro)»).

Dieci anni prima il protagonista del Giorno della civetta, il partigiano che aveva combattuto contro la dittatura fascista, resisteva in ogni modo alla tentazione di adoperare la forza oltre la legge: è probabilmente per questo che Bellodi conserva un fascino particolare che nessun altro eroe sciasciano può eguagliare, il fascino dell'ideale incrollabile.

 

La conclusione del Contesto, in particolare proprio la sorte di Rogas, resta oscura, tanto da aver suscitato non poche ipotesi e discussioni.

Ma nelle ultime battute scambiate da Cusan, amico di vecchia data dell'ispettore, e il vicesegretario del Partito Rivoluzionario Internazionale un fatto emerge con certezza: il sistema corrotto e perverso ha vinto ancora una volta.

Solo agli inizi degli anni '60 Sciascia aveva potuto concepire, nonostante tutto, fiducia e speranza, pur se proiettati nell'avvenire: il capitano Bellodi aveva visto insabbiare la sua inchiesta ma decideva di tornare ad indagare, a costo di "rompercisi la testa". Ma nelle opere successive (dopo Il contesto ci sono Todo modo, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice...) l'autore appare sempre più pessimista: la rivoluzione vera, quella da cui si attende la rigenerazione, la rifondazione, probabilmente non avverrà mai.


E quel che più fa male venti, trenta anni dopo è constatare che le cose non sono oggi diverse da come le rappresentava allora lo scrittore, con la corruzione che dilaga e i poteri mafiosi, più o meno occulti, che sono arbitri delle nostre sorti.

È necessario però non perdersi d'animo e ripartire da Sciascia per cercare di concepire e di intraprendere un nuovo corso: la via della democrazia è ancora molto lunga, ma è quella giusta.



«In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro»

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